Articolo su IO donna del Corriere della sera Blog

Articolo  a  cura di Emanuela Scuccato

Guardo al lavoro artistico di Patrizia Polese con stupore. Nelle sue opere c’è una bellezza che mi obbliga a fermarmi. A osservare. E poi a sostare in contemplazione. A qualche mese dall’incontro con la giovane artista di Treviso, il misterioso, primigenio richiamo dei suoi oggetti è ancora intenso.

Patrizia Polese mette in campo l’arte della tessitura. Ma sarebbe riduttivo riferirsi soltanto a questo nel tentare di dare conto della ricerca artistica che la impegna fin dagli anni Novanta. Non è solo questo. Ed è evidente che la passione per l’arte (il restauro a Milano e a Venezia, dal 1993 al 1997, e il diploma alla Scuola d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano, con specializzazione proprio in tessitura nel 1995) è il tramite di un qualche cosa che va molto oltre, che origina da profondità ancora inesplorate.

Chiara Casarin, che ne ha curato il Catalogo, esplicita il percorso della Polese con il rimando ai contenuti di “rottura epistemologica” del celebre La Terre et les Rêveries de la Volonté (1948) del teorico e filosofo Gaston Bachelard, considerato l’antagonista di Karl Popper.

«Si parte dalla natura, dal dato visibile di ciò che esiste, poi ci si allontana da essa per ritornare con un ordine di senso nuovo, inedito. È per questa ragione» scrive la Casarin «che Patrizia si appropria di strumenti inediti, indaga nuovi saperi, chiede, prova, crea e disfa. Senza sosta

 

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